Dieta privativa nei cani con allergie

Premessa

La reazione avversa al cibo è una risposta clinicamente anomala dopo ingestione di un alimento o di un additivo. Normalmente i sintomi clinici possono essere cutanei o in casi più gravi gastrointestinali come vomito, diarrea, flatulenza, feci molli e abbondanti. I sintomi cutanei sono predominanti e normalmente iniziano con prurito diffuso o localizzato. Da questo primo sintomo il quadro clinico si complica con lesioni secondarie dovute all’autotraumatismo o per insorgenza di infiammazioni croniche e infezioni cutanee. Quindi partendo dal prurito si passa alla perdita di pelo, inscurimento della pelle, ispessimento della cute e eccessiva produzione di scaglie. Il prurito può essere diffuso o limitato in alcune zone, soprattutto il muso, le zampe, la coda i fianchi e l’addome. In alcuni casi invece si ha un prurito localizzato solo nei padiglioni auricolari con interessamento del condotto uditivo esterno e sviluppo di otiti croniche e ricorrente. 

Per quanto riguarda le lesioni cutanee primarie, le più ricorrenti sono eritema a papule, pustole concomitanti a piodermite superficiale dovuta a infezione batterica. Soprattutto nei cani a pelo lungo, si può avere una dermatite acuta umida detta hot spots. 

La diagnosi differenziale la fa il veterinario fa escludendo: atopia, ipersensibilità alla saliva di pulce, allergia da contatto, rogna sarcoptica, pediculosi, piodermite superficiale, seborrea idiopatica primaria, etc.

Ma cosa può provocare delle reazioni avverse al cibo? Le componenti del cibo che causano maggiormente allergia o intolleranza sono le proteine sia di origine animale che vegetale. Qualsiasi proteina è potenzialmente un allergene perchè comunque considerato estraneo dal sistema immunitario di chi lo ingerisce. La quantità di allergene in grado di indurre una risposta può anche essere molto piccola e di solito si sviluppa una reazione avversa a ciò che viene mangiato con regolarità. La reazione può avvenire entro pochi minuti , entro 24 ore ma anche entro 10-14 giorni. 

I sintomi possono essere di vario tipo:

perdita di pelo

prurito

pelle rossa

pelle secca

infezioni cutanee

leccamento delle zampette

otiti croniche

O anche: diarrea, vomita, flatulenza, dolori addominale.

Purtroppo sono sintomi che possono insorgere anche in seguito a carenze alimentari, sovraccarico alimentare, infezioni primarie, stress comportamentale, o anche malattie specifiche come colite, enteropatie, malattie di altri organi come epatopatie, malattie renali, morbo di addison, di cushing, diabete, etc. A tutto questo si aggiungono allergie ma non strettamente correlate al cibo: nickel, additivi, coloranti, shampoo, detersivi per pavimenti, etc.

Dieta privativa

Una volta che siano insorti i sintomi bisogna diagnosticare la causa del disturbo il più presto possibile, prima che si instaurino problemi più sistemici. La diagnosi si basa su: anamnesi, sintomatologia e dieta privativa. Tutti gli altri esami come quelli basati su DNA e sangue sono ad oggi considerati poco affidabili. 

Le linee guida consigliano prima l’esclusione delle suddette patologie per poi procedere con la dieta. 

Il metodo elettivo per la diagnosi di una intolleranza soprattutto o allergia ad un determinato alimento o additivo è la dieta privativa. Con questo metodo è possibile collegare direttamente la somministrazione di determinati alimenti con la comparsa dei segni clinici. Inoltre togliendo l’alimento commerciale, naturalmente si tolgono le possibili influenze derivanti da additivi, conservanti, coloranti e profumi.

Sono stati fatti molti studi su quanto tempo è necessario per avere dei risultati. Spesso si confonde il tempo indicato per ottenere un risultato con il tempo in cui si deve mantenere un determinato cibo. In tutti i lavori è spiegato infatti che se un alimento inserito peggiora la situazione o entro una settimana o due non si ha alcun risultato e il cane ha ancora i sintomi, bisogna cambiare l’alimento. Poi una volta che si è trovata la giusta combinazione di alimenti di base e il cane inizia a migliorare si mantiene la dieta per almeno 8 settimane per capire se il risultato è efficace. 

Nel 95% delle volte questo processo lento ma efficace serve a individuare in modo preciso a quali ingredienti il cane è sensibile. 

In uno studio del 2015 dopo 3 settimane già si vedeva la scomparsa dei segni di allergia su 50% cani, dopo cinque settimane sull’85% dei cani e dopo 8 settimane oltre il 95%. 

In un altro lavoro recente, utilizzando un campione di 209 cani con reazioni alimentari avverse, i ricercatori hanno studiato la dieta ad eliminazione in termini di efficacia e durata, e i risultati sono stati: 

Dopo 3 settimane, il 50% dei cani non mostrava segni di allergia alimentare.

Dopo 5 settimane, l’85% dei cani non mostrava segni di allergia alimentare.

Dopo 8 settimane, oltre il 95% dei cani non ha mostrato segni di allergia alimentare.

Meno del 5% dei cani ha dovuto seguire la dieta per l’eliminazione fino a 13 settimane.

In conclusione, gli scienziati raccomandano che in almeno l’80% dei casi, lo studio dietetico restrittivo (di eliminazione) debba essere eseguito per almeno 5 settimane e in casi più gravi anche 10 settimane. Questo tra l’altro non vuol dire (non è scritto in alcuno studio) che ci si limita a scegliere a casaccio due o tre ingredienti, senza considerare le risposte sintomatiche del cane, e si continua per 5 settimane. Il lavoro che si deve svolgere è di scoprire quali ingredienti base si possono dare e poi, se si notano i miglioramenti, utilizzarli per almeno 5 settimane. Infatti spesso viene consigliato di dare una carne, una verdura e un carboidrato o anche solo una carne e un carboidrato a caso, tra quelli che si pensa siano meno allergenici e senza alcun percorso personalizzato. 

In realtà il lavoro in questi casi è giornaliero in quanto le allergie sono specifiche per ciascun individuo e l’analisi dei sintomi deve essere fatta insieme al proprietario che può controllare il cane ogni giorno e segnalare anche minimi miglioramenti o peggioramenti. 

A volte viene consigliato un approccio privativo con dieta commerciale, ma come vedremo questo non è un approccio corretto per vari motivi. 

La dieta privativa commerciale si basa sull’utilizzo di prodotti commerciali ipoallergenici. Il vantaggio principale è la facilità di somministrazione e la facile reperibilità , ma gli alimenti ipoallergenici contengono comunque una mescolaza di vari ingredienti oppure non sono etichettati in modo preciso e non sappiamo la provenienza delle proteine e dei grassi. 

Un’altra scelta sono gli idrolisati proteici, in cui le proteine sono state degradate a peptidi. L’idrolisi proteica aumenta la digeribilità degli alimenti e riduce il potere allergizzante delle proteine. Ma un eccessivo grado di idrolisi può alterare negativamente la qualità dell’alimento dando un sapore amaro e abbassando la sua stabilità. Infine poiché è un processo non preciso, potrebbero rimanere delle frazioni di proteine non idrolizzate che a lungo andare potrebbero comunque dare fastidio. Inoltre contengono spesso solo idrolizzati di proteine animali, ma gli allergeni possono essere di origine vegetale, o negli additivi, coloranti, etc 

In alcuni studi recenti tra l’altro si è visto che i cibi commerciali non sono molto efficaci anche se a base di proteine idrolizzate. 

In un lavoro del 2017 hanno analizzato 10 prodotti commerciali sia secchi che umidi utilizzati normalmente per le diete ad esclusione: analizzando il DNA trovato nei prodotti è stato scoperto che in nove dei dieci prodotti analizzati c’era del DNA di animali non dichiarati sull’etichetta. Questo vuol dire che se si da un prodotto che in teoria contiene solo agnello, ma dentro ci sono tracce di altre carni, si perde la logica di base di una dieta ad esclusione.

In un altro lavoro sempre del 2017, è stato valutata la reazione al cibo con una dieta privativa o con cibo commerciale o utilizzano cibo fresco. Con il cibo commerciale non si ebbero dei risultati soddisfacenti. 

Anche nel 2018 è stato fatto un lavoro simile dove si giunge alla conclusione che l’etichettatura errata degli alimenti per animali domestici è abbastanza comune, anche in quelli proposti per le diete ad eliminazione. 

Il principio di questi cibi commerciali è dare una dieta focalizzata sulla proteina animale (monoproteica o con proteine animali idrolizzate) , quando in realtà le proteine che possono scatenare allergie (allergeni) sono presenti anche nelle verdure e possono essere anche molecole di altra natura (nichel, farmaci, additivi, coloranti, etc ) .

Nel 2019 è uscito un articolo in cui sono stati analizzati due mangimi utilizzati normalmente per le diete per cani allergici, ovvero una linea della Royal canin e una della Hills, e le reazioni delle cellule del sistema immunitario dei cani allergici. Si è visto che le cellule del sistema immunitario di questi cani, messe a contatto con gli estratti idrolizzati di tali mangimi si attivavano e si innescava una risposta allergica. In particolare sul 60% dei cani si aveva una reazione significativa. Gli autori giungono alla conclusione che le diete idrolizzate possono contenere proteine che stimolano il sistema immunitario del cane e potrebbero quindi essere inefficaci nel trattamento dei cani con ipersensibilità alimentare. 

L’approccio più corretto è quindi l’utilizzo di ingredienti freschi in modo da inserire un ingrediente alla volta. Spesso quando viene spiegato come fare una dieta privativa si pensa soprattutto alla carne e ai carboidrati, laddove una dieta di 5-8 settimane senza fibre può comportare delle ripercussioni anche serie sul microbiota intestinale.

Considerato che il microbiota a sua volta è coinvolto nelle reazioni allergiche (soprattutto in presenza di reazioni gastrointestinali) è necessario che la dieta ad esclusione non credi dei disordini e quindi dei sintomi che si vanno a sommare e interferiscono con il quadro già presente.

Anche se ci sono numerosi studi che indicano come alcune carni e alcuni carboidrati diano più comunemente allergie, purtroppo ogni caso è a se e l’approccio migliore è trovare una carne per cominciare che il cane non ha mai mangiato. In questo modo, senza preconcetti spesso inutili, inseriamo un qualcosa con cui non è mai venuto a contatto. In linea generale vengono indicati come maggiormente allergenici pollo, latticini, manzo, avena e agnello ma il saperlo non ci aiuta nel singolo caso purtroppo. 

Trattandosi di una terapia alimentare è tutta sotto il controllo del proprietario che deve essere ben consapevole del significato della dieta privativa e della importanza della sua rigorosità. Una sola trasgressione della dieta prescritta fa invalidare il test e bisognerà ricominciare tutto da capo. Bisogna prestare attenzione anche a paste dentifricie, farmaci e integratori che possono contenere proteine, giocattoli commestibili a base si pelle di bufalo e stuzzichini.  I cani abituati a raccogliere cibo da terra devono essere portati in passeggiata con la museruola.

Come iniziare, linee guida

Prima di iniziare una dieta privativa è necessario valutare:

1. che alimenti il cane ha mangiato da quando sono comparsi i sintomi?

2. è stata cambiata l’alimentazione o sono stati aggiunti alimenti nuovi?

3. se è stato fatto tenere presente anche le allergie ambientali risultate dai test (in quanto alcune allergie alimentari sono da cross reazioni con allergie ambientali)

All’inizio di questa tipologia di dieta, si cerca di inserire gli alimenti che creino un pasto base (una carne e una verdura ed eventualmente un carboidrato) e in seguito le integrazioni base (almeno sali minerali). Ogni ingrediente va inserito singolarmente, in quanto anche in un lavoro del 1996 si è visto che l’identificazione degli alimenti a cui il cane è allergico è facilitata dal singolo inserimento perché è difficile anche valutare la cross reattività.

Quando riusciamo a mettere nella ciotola questi ingredienti vuol dire che con essi il cane o non è peggiorato o addirittura è migliorato. A questo punto si prolunga la dieta così semplice per 3- 5 settimane. Nel caso in cui il cane continua a migliorare, continuiamo sino alle 8 settimane e abbiamo una dieta base da cui partire per reinserire gli alimenti e le integrazioni che ci permettono di avere una dieta equilibrata e giustamente varia. In questo modo o il cane rimane sul cibo casalingo o può tornare ad una dieta commerciale tenendo presente i risultati. Se dopo il minimo di 3 settimane il cane migliora ma ancora i sintomi non sono del tutto passati abbiamo due possibilità:

1. cambiare uno alla volta gli ingredienti che mangia per capire se uno di questi ancora contribuisce ai sintomi

2. escludere almeno in parte che sia solo il cibo a contribuire ai sintomi.

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